Untitled Album

Chissà se le strane giornate che ho vissuto in questa insolita e piovosa estate, mi abbiano spinto a riprendere tra le mani la musica di Janis, o forse la morte di Aretha non abbia generato in me, la necessità di afferrare quegli aspetti della vita di un’artista che scompaiono dietro la tragedia della morte, e della genialità mai uguagliata. Nello scorrere le pagine della sua biografia, le parole sono sempre le stesse: inquieta, insoddisfatta, talentuosa, drogata, alcolista, sola. Ma se invece provassimo a ricostruire la sua storia dalle sue origini, da quella vita nel profondo e chiuso Texas, all’interno di aule di una scuola che premiava la forma fisica, e non certo la originalità dei diversi, ben presto emarginati e bullizzati, forse riusciremmo a comprendere pienamente la sua musica, vista e vissuta dalla Joplin come lo strumento per uscire dalla sua solitudine, dalla incapacità di accettare se stessa anche come donna, come il mezzo per realizzare quella libertà che veniva negata nella terra della discriminazione razziale e delle lotte dei diritti civili. Sono anni particolari quelli, anni di sperimentazione, ma anche anni durante i quali i giovani provano a rivendicare un proprio spazio per se stessi e per chi ha la voglia di immaginare un mondo senza inutili rigidità e moralismi. Certamente come spesso accade la strada delle buoni intenzioni è spesso lastricata da una serie di problemi e di intoppi, e l’abuso di ogni tipo di droga, dall’eroina agli acidi, il tutto condito da una eccessiva liberalizzazione dei costumi ha reso tutto Mitico, ma anche più facilmente condannabile dai perbenisti. Woodstock meglio di qualsiasi evento dell’epoca rappresenta, racconta quello che Janis, Hendrix, Morrison,e tutta una generazione bella e dannata è riuscita a costruire, nel bene e nel male. Tutti profondamente soli, tutti in lotta con demoni interni ed esterni. Janis cercherà tutta la vita l’amore dei genitori,nel letto di tutti gli uomini e di tutte le donne che incontrerà, usando la capacità di sedurre che era una dote innata, come la voce che le sgorgava dall’inferno dell’anima e che consentiva a tutti gli infelici di riconoscersi in quei suoi movimenti ed in quel suo modo di afferrare il microfono. Rese la vita impossibile anche a chi in un modo o nell’altro provò ad esserle accanto. Anche all’interno del gruppo i Big Brother and the Holding Company, diventava difficile riuscire a reggere il confronto con la sua voracità artistica, ed con le sue continue scorribande notturne, piene di alcool o di eroina. Ha provato tutto, era convinta di essere eterna, sfidava la vita, ma soprattutto la morte, con incoscienza e con il sorriso, in fondo solo così riusciva a superare il dolore della sua adolescenza ed il suo profondo senso di inferiorità. Sbeffeggiata per il suo aspetto fin da bambina, riuscì a divenire addirittura una icona di stile al punto da creare uno modo di essere unico, imitato da tutti, elemento questo che la rende vicina ad un’altra creatura fragile Amy Winehouse. La morte la colse il 4 ottobre in una stanza d’albergo, era sola, come sola era stata durante la sua fragile vita, aveva 27 anni, solo 27 anni. Schiantata da una overdose di eroina, forse senza alcun tipo di vera sofferenza fisica, forse finalmente libera da ogni bugia da ogni infelicità. Perché Janis rimane eterna per la sua anima e non per la sua morte disperata e violenta, rimane nella storia per le sue note, per le sue canzoni, per la sua libertà sbattuta in faccia senza timori o tremori. Janis è stata il frutto della incuria di una famiglia e di una società, che ti accoglie solo se hai da dare ma che non si occupa delle tue trasparenze interiori. “Quando canto è come se mi innamorassi per la prima volta, è un’esperienza emozionale e fisica suprema», dichiarava Janis. Il suo ero un atto d’amore incondizionato.”